Il silenzio, un nemico comune.

Per una buona parte della mia vita manageriale ho pensato che il silenzio fosse una risposta. Credevo che non valesse la pena soffermarsi su tutto ciò che non funziona in un’impresa che sta crescendo a ritmo forsennato.

Poi, un giorno, mi sono letteralmente stancato.

La cosa non stava funzionando, e me accorgevo in mille piccoli, magari insignificanti, gesti. Sembrava quasi che non manifestare il proprio dissenso rispetto a certi comportamenti stesse portando all’effetto contrario.

Mi aspettavo che le persone mi capissero, ma mi stavo sbagliando.

Nessuno deve capire niente

Pensavo capissero, ed invece sbagliavo

Quando parlo di trasparenza e sincerità in azienda vengo preso per pazzo. Ormai ci sono abituato, e non ci faccio più caso.

Non è facile spiegare ad un manager che dire realmente ciò che si pensa possa servire. Sembra quasi che lo sconforto sia una calda e soffice coperta. In definitiva, nel silenzio di qualcosa da non dire, non si sta proprio male. O almeno così sembra all’inizio.

« Perché toglierci il sassolino dalla scarpa quando possiamo farne a meno?»

« Ma si dai, forse pian piano ci si abitua. » Ed invece…

pensando all'impresa

Siate l'esempio della trasparenza

Ho rincorso la trasparenza in lungo ed in largo, per poi capire che ero il primo a sbagliare. Pensavo che i miei colleghi potessero capire la mia intenzione, e le mie idee, ma mi ero dimenticato di dimostrarle.

Eppure, anche oggi, i collaboratori dovrebbero essere motivati, veloci, attenti e magari collaborativi, ma spesso non è così. Magari si portano a casa un ottimo stipendio, ma alla lunga la cosa sembra non funzionare.

È strano, me ne rendo conto, però spesso è proprio il nostro silenzio ad alimentare il dissenso generale.

Il momento del cambiamento

Così non si può andare avanti

« Ma come è possibile lavorare duramente ogni giorno al fianco di coloro che sembrano disinteressati? »

« Che senso ha tutto questo portare pazienza? »

Se anche voi, come ho fatto io, ad un certo punto avete trovato assurda la situazione del dover sempre “tappare i buchi”, sappiate che esiste un rimedio, ma non vi farà piacere.

Io, che al tempo ero giovane ed inesperto, ho sbagliato molto, ma credo di essere riuscito, grazie ad una grande dose di trasparenza, a chiarire una volta per tutte il mio punto di vista. Non parlo, sia chiaro, di arrabbiarsi, ma solamente di dire ciò che si pensa.

« Sembra facile vero? »

stop lamentele

Era arrivato il momento di prendere il volo

E così, in una fatidica riunione generale, trovai il coraggio di dire fino in fondo ciò che pensavo. Ero stanco di assumermi tutta la responsabilità. Ero stufo di dover sempre rincorrere le persone, come se il lavoro fosse solo una mia priorità.

Dissi chiaro e tondo che, per il mio bene, avrei avuto bisogno di coloro che avevo assunto, e che ognuno di loro, come in una vera impresa, aveva il dovere di decidere da che parte stare. Fine dei giochi. Dentro o fuori.

Così non si poteva continuare. Lamentele, critiche, menefreghismo. Una situazione che stava degenerando, e che non intendevo sopportare. E così lo dissi apertamente, senza freni.

Poi capii.

Il lavoro del leader consiste nell’avere una propria opinione, esprimerla, e poi vedere l’effetto che fa.

Fadini Alessandro — Temporary Manager

Il problema non sono sempre gli altri

Ricordo che le persone mi guardarono allibite, sebbene nella mia testa non stessi comunicando loro nulla di nuovo. Scoprii tuttavia, mio malgrado, un’agghiacciante verità. Non lo avevo mai detto loro.

« Ti bastava dircelo! » mi disse qualcuno.

Ed era vero. Sebbene nella mia testa certi comportamenti fossero da ammonire, mi ero dimenticato di farlo. Avevo con l’esempio alimentato una mentalità volta al silenzio, dove pazienza sembrava sinonimo di condivisione.

Eppure non è così. E non lo sarà mai. Portare pazienza non significa dire ciò che si pensa. Pensare che “qualcuno possa capire” è un concetto talmente forviante che oggi sorrido al solo pensiero.

« Cosa significa capire? »

« Possiamo capire chi non conosciamo? »

« Ne siamo proprio sicuri? »

Un nuovo me

Così riscoprii me stesso

In quel giorno, a mia insaputa, avevo dato vita ad un nuovo modo di fare impresa. Avevo parlato, ed ero stato capito. Forse più nel profondo di qualsiasi altra occasione.

Avevo pensato, e mi ero dimenticato di agire. Ed oggi so che è proprio questa la differenza tra un lavoratore ed un leader.

Oggi lo so.

Se pensiamo, senza agire e senza condividere, non saremo mai leader. Avremmo potuto esserlo, ma leadership vuol dire anche dire ciò che si pensa, nel modo giusto ovviamente, ma senza lasciar spazio al silenzio.

Siate trasparenti, questa è il mio consiglio. Chi è trasparente conosce i propri limiti, e non ha bisogno che qualcuno glieli ricordi. La trasparenza è così. Un salto nel buio, ma che vi porterà lontano.

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